Questo progetto fotografico indaga la morte come processo di trasformazione e sopravvivenza simbolica. Le immagini nascono dall’incontro tra paesaggio arcaico, resti animali e ritualità tradizionale della Sardegna.
Il punto di partenza è il ritrovamento di un cinghiale in decomposizione all’interno della nicchia di un nuraghe: il corpo animale, abbandonato nello spazio di una civiltà antica, appare come una presenza inattesa, quasi un’offerta involontaria alla pietra. La morte biologica entra così in relazione con un’architettura millenaria, generando una scena che sembra appartenere più al mito che alla cronaca.
Da questo primo episodio il progetto si sviluppa attraverso una progressiva trasformazione dell’animale. Il cranio diventa reliquia, oggetto simbolico che conserva la forma della vita ma ne ha ormai perso la materia. Infine, la figura umana indossa la maschera del cinghiale nel contesto del carnevale tradizionale: l’animale ritorna come presenza rituale, incorporato nel corpo dell’uomo.
Attraverso questa sequenza (corpo, resto, rito) la morte non viene rappresentata come fine, ma come passaggio. Ciò che muore nella natura sopravvive nella memoria simbolica e nelle forme rituali della cultura.
Le fotografie costruiscono così un dialogo tra materia, tempo e mito, dove il confine tra animale, reliquia e figura rituale diventa progressivamente indistinto.
Deposizione
Deposizione
Soglia
Soglia
Incarnazione
Incarnazione
La fotografia del cinghiale in decomposizione è stata realizzata all’interno del Nuraghe Arile, nel territorio di Nule.
L’immagine con il teschio di cinghiale è stata scattata a Campanedda. La figura è interpretata da Rita Gadau, che indossa un cranio rinvenuto da Bizio Demontis nei pressi della miniera di Seddas Moddizzis in agro di Iglesias.
La figura ricoperta dalla pelle di cinghiale appartiene alla maschera tradizionale di Ula Tirso ed è conosciuta come S'Urtzu e sos Bardianos. 
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